Non siamo gli eroi

Che belli che erano i film catastrofici americani.
Le americanate, quelle in cui gli alieni o un disastro naturale, o anche un virus, colpiscono gli Stati Uniti, e per sineddoche tutto il mondo, ma gli Stati Uniti, grazie a uno sparuto manipolo di eroi, salvano tutti quanti.

Un memorabile Giuseppe Conte nel ruolo di Bill Pullman ci spiega perché gli alieni periranno

Per me, cresciuto imbevuto di questo tipo di narrazioni, il momento attuale è quantomeno straniante. Perché mi trovo nella situazione di quelli là che non facevano niente, le comparse, quelli a cui il PRESIDENTEDEGLISTATIUNITIDAMERICA (‘Signor Presidente’) chiedeva uno sforzo, un sacrificio. I non protagonisti. Quelli che poi non morivano neanche, o forse sì, tanto non se ne parlava. D’altronde non ho mai visto un film catastrofico in cui c’era l’improvvisatore che si sacrificava sull’asteroide.

Penso che con l’improvvisazione si possa cambiare il mondo.
Ma il momento attuale mette tutti a dura prova. Perché le regole dell’improvvisazione, quelle che tanto amo e che ho portato nella vita quotidiana, si scontrano con quello che umanamente, visceralmente vorrei fare adesso.
L’improvvisazione dice di ascoltare, leggere quello che ci arriva dagli altri, dalla storia, accettare quello che la storia porta, adattarsi; il presente costringe a stare lontani, in casa, con l’impossibilità di improvvisare come vorremmo.
E io vorrei vedere altri improvvisatori, vorrei fare lezioni, fare spettacoli. Perché è il mio lavoro, perché mi piace, ma anche, naturalmente, perché vorrei esprimermi e dare sfogo a quell’innato bisogno narcisistico di essere al centro dell’attenzione. E che c’è di male?

Che ora non si può. Punto.

E non è come lo smart working, che magari prenderà piede in seguito a quest’emergenza, non saprei dire se finalmente o meno.
L’improvvisazione si fa in presenza, si farà sempre in presenza reale, fisica. L’improvvisazione, quasi tutta, non è una serie di abilità da imparare, di teoria da capire, è il piacere di scoprire un tipo di socialità, di interazione, di rapporto umano che proprio i social media (tra le altre cose, eh) hanno confuso e aggredito negli ultimi anni.
– Ok boomer! –
Invece no, anche io ho lo smartphone, il personal computer e tutte quelle diavolerie moderne, sono teledipendente da 33 anni, faccio le videochiamate con amici e parenti, ho sempre diffidato di chi, vantandosi un po’, dice di non avere la televisione. Che poi vuol dire non avere il televisore, ma va beh.
Però l’improvvisazione è sempre stata per me un antidoto all’ansia di controllo che la vita iperconnessa ci porta: nostalgia per il passato, vissuto o non vissuto, paura di non essere fisicamente dappertutto per vivere le vite degli altri, così migliori delle mie, paura di non poter controllare il futuro, pieno di cose inaspettate e quindi terribili.

Da quando è stato chiuso tutto la storia, o la Storia, ci sta chiaramente dicendo: “prendetevi una pausa, riflettete, ragionate un attimo su quanto correte, su quanta ansia e disperazione c’è dietro a questo correre”.
E quindi per quanto faticoso sia, mi sono fermato.
Riflettendo e ragionando sul perché dovrei fare corsi online o spettacoli con persone a casa loro. A che bisogno rispondo? Non voglio vivere nell’ansia (rieccoci!) di non avere un pubblico, di non avere l’applauso e non voglio che i miei allievi o il pubblico vadano in crisi d’astinenza da improvvisazione. Adesso sarebbe tagliata male. La roba buona ritornerà tra un po’.
Il bello è che proprio l’improvvisazione, e la filosofia che si porta dietro, mi stanno facendo accettare il non improvvisare. Pensa che brava st’improvvisazione. È come un partner che ti lascia spazio perché è meglio per te.

Non siamo gli eroi. Almeno non di questo film catastrofico.
Ma i film finiscono, la prossima storia avrà nuove sfide e nuovi linguaggi. L’opportunità che il virus sta dando all’improvvisazione è quella di riflettere su se stessa, e far riflettere chi la fa, non per avere nuovi strumenti tecnologici, ma per essere più pronti quando la prossima storia inizierà.

Sweet home (of impro)

Il pellegrinaggio alla Casa per amore di Allah

è un dovere per ogni uomo che ne abbia la possibilità

Eseguite il hàjj e la ‘umrah per amore di Allah

Il quinto pilastro dell’Islam prevede che ogni buon musulmano, almeno una volta nella vita, compia un pellegrinaggio alla Mecca.

Con il rischio di essere tacciato di blasfemia, lancio un pilastro dell’improvvisazione: ogni improvvisatore, amante dell’improvvisazione, almeno una volta nella vita, deve compiere un pellegrinaggio a Chicago.

Insciallah

Sono appena tornato dal Chicago Improv Festival, dove con Teatribù ho fatto parte del gruppo di compagnie internazionali. Il CIF ospita più di 150 compagnie, la maggior parte autoctone, in una settimana decisamente intensa. Gruppi storici con 30 anni di esperienza, artisti emergenti che saranno i gruppi storici tra 30 anni, ‘vip’ che hanno sfondato in televisione, sperimentatori.
Il Festival, giunto alla diciassettesima edizione, è organizzato da Chicago Improv Productions, un’associazione che coordina e mette in contatto tutte le realtà della città dell’Illinois. Che non sono contabili. Solo al festival ne partecipavano 83.
Sì, il Festival è grandino, bisogna mettere da parte la frenesia di vedere e conoscere tutto. Meglio girare un po’, respirare improvvisazione e vedere quello che è possibile. Tipo 17 spettacoli in 10 giorni. Di tutti i tipi. Universitari alla loro prima esperienza o giù di lì, grandissimi nomi come Tj & Dave, duo amatissimo tra i due Oceani, Joe Bill, Dave Razowsky e Rachael Mason, per la prima volta insieme su un palco in uno spettacolo emozionante. Spettacoli di puppets come Felt, politicamente scorrettissimo, e Brohuaha, la sorpresa più grande, che qualcuno ha avuto la buona idea di filmare. E ancora spettacoli Chicago Style: una parola, uno spunto, e via per mezzora con associazioni libere (insomma Harold e figli di). Infine gli altri gruppi internazionali: due dal Brasile, uno dalle Filippine, un gruppo polacco e uno svizzero, i banditi neozelandesi.

La sensazione che la città ti dona è quella di un posto dove l’improvvisazione è celebrata, rispettata, conosciuta. Certo, prevale, come in tutto il Nordamerica, l’equazione: Improvvisazione=Comedy, ma i motivi sono abbastanza solidi e comprovati dalla Storia.

Storia che, almeno parlando di improvvisazione, fa rima con Second City, il tempio vero e proprio dove l’improvvisazione teatrale, come la conosciamo e la facciamo, è diventata concreta nel 1959. L’edificio tra Wells e North, nel North Side, è un multisala. Con tanto di scale mobili. Per salire da un piano all’altro (sono tre) e passare dagli uffici, ai palchi (5), alle innumerevoli sale prova. Dalle pareti ti guardano gli allievi illustri, tipo i signori protagonisti del video all’inizio del post (sia quelli che cantano che il poliziotto coi baffoni) , Bill Murray, Martin Short, Mike Myers, Tina Fey, Harold Ramis, Steve Carell, Steven Colbert, Neil Flynn (l’inserviente di Scrubs!). E i proverbiali tanti, tanti altri!

Ma la bellezza di Chicago non sta nei grandi teatri, come anche l‘iO dove Del Close ha predicato l’improvvisazione come forma d’arte e dove adesso regna Charna Halpern, vedova del guru inventore di Harold, oppure l’Annoyance, diretto da Mick Napier, altro maestro e autore del libro Improvise. Sta nel fatto che se giri un po’, ti perdi, soprattutto tra Wrigleyville e Belmont, entri in un posto per chiedere informazioni, probabilmente ti trovi in un posto dove fanno improvvisazione.
E’ come alzarsi la domenica mattina in una città italiana e decidere di andare a vedere una partita di calcio. Puoi andare a vedere la squadra principale, ma sicuramente trovi anche una squadra di scapoli e ammogliati, una di giovani, o puoi andare direttamente tu al parco a giocare.

Ovviamente l’avere un’offerta così ampia e varia porta all’unica, vera, grande nota negativa che si può intuire subito, soprattutto in un festival internazionale.

Se sei a Chicago non esiste altra improvvisazione al di fuori di Chicago.

Un micro(macro)cosmo del genere porta in dote tutte le dinamiche che generalmente si hanno in una nazione. La disputa tra filosofie e scuole diverse (iO vs Annoyance vs Second City), le compagnie migliori che si dividono gli improvvisatori migliori, la necessità dei grandi gruppi di badare al sodo e l’accusa conseguente di fare poca ricerca e non migliorare la qualità dell’improvvisazione. Insomma, tutto già sentito. Con la differenza che la possibilità di aprirsi non sfiora l’improvvisatore medio di Chicago.

Tanto loro sono alla Mecca.

Longform e shortform

Come mi ero ripromesso nel ’70, parliamo delle definizioni di longform e shortform.

Perché c’è confusione a riguardo, ah, se c’è confusione a riguardo.

Tanto per cambiare la distinzione nasce in America, dove il lavoro di Del Close su spettacoli liberi, senza strutture di giochi predefinite o l’ossessiva ricerca della risata del pubblico porta alla nascita di Harold, che è stato il punto di partenza della scuola di improvvisazione di Chicago e, in parte, di tantissime istanze europee.

Ma cos’è una longform?  Qui ci sono diverse interpretazioni.
La longform, in teoria, dovrebbe essere uno spettacolo lungo. Da cui il nome. O meglio, più lungo. Di cosa? Di una shortform, ça va sans dire! Ora, in USA l’Harold raramente dura più di 30 minuti. Ma una shortform, come possono essere gli spettacoli stile Match o Theatresports, dura molto più di 30 minuti.

Quindi?

Si potrebbe pensare che la longform è uno spettacolo che contiene storie più lunghe delle singole improvvisazioni che compongono uno spettacolo di shortform. Ma anche questo non è vero, perché in un Harold, ad esempio, le singole storie durano poco. Nell’Harold american-style, dove ci sono in genere 3 storie che si alternano per 30 minuti, il conto è presto fatto: ogni storia dura circa 10 minuti. Poco long.

La differenza sostanziale tra gli spettacoli definiti di longform e quelli definiti di shortform non ha a che fare con la durata, ma sta nella quantità di volte in cui qualcuno degli improvvisatori si rapporta col pubblico rompendo la quarta parete. In sostanza, quante volte si chiedono al pubblico spunti per le improvvisazioni. Se il numero è minoreuguale a 1, allora si tratta di longform. In caso contrario abbiamo le shortform.

Questo, inconsapevolmente, il significato delle definizioni.

Ma cosa è percepito in realtà? E in Italia cosa diciamo?

In Italia la ‘longform’ (a questo punto del post le virgolette sono d’uopo) arriva insieme al Match, come se fosse un altro modo di improvvisare, con sue dinamiche proprie. Ricordo la prima rappresentazione di un Harold, all’europea, quindi senza un numero fissato di storie, a Bologna, nell’estate 2003. Fu sconvolgente, come se finalmente le risposte alla domanda: “ma l’improvvisazione può essere ‘più teatrale’?”. All’epoca avevo 20 anni, dei sogni e un lessico semplice. ‘Teatrale’ voleva dire un sacco di cose.

Dopo 10 anni e mezzo non è cambiato tantissimo. ‘Longform’ in Italia è un’etichetta che indica lo spettacolo di improvvisazione ‘più teatrale’. Cosa voglia dire poi non lo so. Resta il fatto che ogni giovane allievo sogna di fare un giorno la longform, che è più difficile, è come la fanno i maestri, è più teatrale e quindi è come fare teatro. Quello vero.

Un fine coglitore di sarcasmo si sarà accorto che questo sillogismo non mi convince.
Intendiamoci, anch’io credo che ci siano due modi di improvvisare. Ma non sono longform e shortform (quale che sia il significato che volete dare a queste parole). Le dinamiche di improvvisazione sono le stesse. Si improvvisa allo stesso modo.
La differenza è se sei da solo o se sei con altri.
L’improvvisazione si basa sempre sull’ascolto, che è disponibilità al cambiamento all’interno di un sistema di azione e reazione. Se sei da solo ascolti te, al massimo il pubblico. Se sei con altri cambia tutto.

Dobbiamo smettere di far coincidere la distinzione tra longform e shortform con le differenze tra le varie cornicette, che sono importanti per noi e per il pubblico, per avere chiaro che cosa si va a vedere. Dare nomi alle cose è importante. Ma l’improvvisazione è (o dovrebbe essere) sempre la stessa. Che sia long, short o medium (giuro che ho sentito anche questa).

Riassumendo: la longform non esiste.
La short form non esiste. L’improvvisazione non esiste.
A pensarci bene non esisto neanch’io.

Puff.

Agenda 2014

E’ iniziato il 2014. Cos’è successo? Un sacco di roba, ancora un po’ che aspettavo a scrivere un post ed era già il 2015! Invece no…

Cosa succede nel 2014?

Ecco qualche proposta da farci per un anno, o perlomeno la prima metà, all’insegna dell’improvvisazione (”What else?” – cit.)

Amsterdam. Il festival di Amsterdam è il primo grande evento europeo, si tiene dal 28 gennaio al 1 febbraio. Come al solito i gruppi che sbarcano ad Amsterdam saranno sulla scena europea nei prossimi anni, quindi se volete essere i primi e dire: ”io li conoscevo prima che fossero mainstream!” sapete dove andare!

Il libro di Omar Galvan. E’ uscito il settimo libro sull’improvvisazione in italiano. ”Dal salto al volo” il titolo, si compra nelle sedi di Improteatro. E’ un libro già fondamentale. Riassume tante prelibatezze che si trovano in altri libri non (ancora) tradotti dall’inglese, condite dalle sapienti abilità di Omar.

Berlino. Ogni anno a Berlino si vede il meglio dell’improvvisazione mondiale. Quest’anno, dal 21 al 30 marzo, il tema sarà ”Generi cinematografici”. Sì, insomma, si parla di categorie! Gli ospiti come al solito sono grandiosi, capitanati da sua maestà Randy Dixon.

Babylon Festival. Il 12 e 13 aprile la più grande compagnia internazionale di improvvisazione, gli Orcas Island Project, si trova in Italia per workshop e spettacoli. La settimana prima alcuni di loro sono in giro per l’Italia a elargire sapienza improvvisativa. Ecco, io non me li perderei.

Storie. Un festival pieno di grandi nomi dell’improvvisazione internazionale. Da marzo a aprile ogni weekend o quasi Rimini è il posto dove andare. Rocket Sugar Factory, Van der Steen-Sprick, i Bugiardini con il loro Shhhh! Bella roba, insomma!

E cominciate a tenervi liberi per la seconda settimana di luglio… E prendete biglietti per Milano…

Improvvisazione (?) a Zelig1

Quando ci si può fregiare della statura di VIP? Quando ti fanno l’imitazione!

Ecco, siamo VIP. Ieri nella prima puntata di Zelig1, il nuovo Zelig televisivo, un duo comico romano, Pablo e Pedro (non ho trovato origini improvvisative, gli amici romani ne sanno di più?), ha messo in scena questa parodia (clicca sull’immagine per il video).

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Buona visione!

 

La Guerra Fredda dell’improvvisazione italiana

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Ah, l’estate 2006! Tutti probabilmente si ricordano dov’erano il 9 luglio, quando Grosso segnava un rigore vicino a quel palo lì e per l’ultima volta ci sentivamo italiani, orgogliosi di esserlo, tutti felici, blabla. Io tra l’altro mi ero laureato da 10 giorni. Periodo intenso.
Intensissimo in effetti: nell’estate 2006 l’improvvisazione italiana si spezza in due. O spiezaindue. (Per chi si fosse perso le puntate precedenti di storia dell’improvvisazione italiana, eccole: dal 1988 al 1995 e dal 1996 al 2006)

Nel 2006, infatti, l’associazione Imprò, sotto l’egida della quale si riuniscono tutte le associazioni italiane di Match d’Improvvisazione Teatrale (a parte la LIIT), si sfalda e dà luce a due grandi ‘blocchi’. Da una parte AresTeatro, che prosegue il lavoro sul Match , dall’altra Improteatro, che idea lo spettacolo Imprò. Ha inizio la Guerra Fredda dell’improvvisazione teatrale, guerra tra poveri, s’intende, tuttora in corso, che non aiuta certamente l’improvvisazione nel tanto agognato (?) salto di qualità e di dignità.

Risultato: da quell’anno è iniziata una partita di Risiko tra le due associazioni, che tuttora si contendono un numero di sedi importante (25 in 32 città Improteatro, 15 in 27 città il Match – fonte: siti ufficiali). In alcune città (Torino, Milano, Bologna, Roma) esistono associazioni affiliate a entrambi i network, ma ci sono anche gruppi che non fanno parte di nessun circuito, come Teatro a Molla di Bologna, i Bugiardini di Roma, B-Teatro di Torino, giusto per citare i primi nati.

Tra i due blocchi esistono pochissimi (quasi nulli in realtà) momenti di incontro e scambio, a tutti i livelli, amatoriale o professionale. E’ il circuito di cui ‘fai parte’ che ti definisce, non le cose che vuoi fare o che ti piace fare.
La deriva principale che vedo in questo è la scarsa possibilità di scegliere il proprio percorso.

Il punto è che spesso un improvvisatore, di qualsiasi livello, non lo sa cosa vuole fare.
Prende come oro colato quello che impara a lezione, o negli spettacoli che vede (perlopiù Match da una parte e Imprò dall’altra), cosa che fortunatamente si sta rivelando superata: chiunque può informarsi, scoprire esercizi, spettacoli nuovi, fare corsi e conoscere persone in modo completamente autonomo dalla propria associazione.

La necessità che sento è che tra i due blocchi ci sia più possibilità (e volontà) di scambio. Mi piacerebbe che chiunque si metta a fare improvvisazione in Italia potesse scegliere che tipo di percorso seguire, in base alla qualità e al metodo di chi lo propone, non che un allievo si mettesse a fare Match o Imprò perché nella sua città c’è solo quello. Questo, ancora una volta, è sintomo di quanto l’improvvisazione non sia conosciuta e riconosciuta.

E lo dico, attenzione, non per buonismo. Non penso che dobbiamo essere tutti amici, né che dobbiamo smettere di ‘campare’ di quest’arte in nome dell’apertura e della fratellanza a tutti i costi. Io so già di non voler lavorare con determinate persone e, beninteso, non auspico certo  una diaspora di tutti i miei allievi. Mi dispiace solo sapere che magari c’è qualcuno, al di là del muro, che la pensa come me ma con cui non ‘posso’ confrontarmi solo perché in Italia non abbiamo ancora imparato a farci concorrenza in modo utile all’improvvisazione oltre che (forse, ma nemmeno troppo) alle nostre belle associazioncine.

E, intanto, se dico a qualcuno che per vivere faccio improvvisazione, mi chiedono sempre se è tipo il programma di Ale e Franz.

Le brutte abitudini

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Avete letto Impro for Storytellers? No? Male! Il libro di Keith Johnstone va letto. E riletto.
Non è necessario prendere tutto quello che c’è scritto come oro colato, ma è importante considerare che su questo libro si fonda lo stile improvvisativo più diffuso al mondo.
Tornato da un’indigestione di improvvisazione johnstoniana, tra Festival di Wurzburg e ITI Conference sempre a Wurzburg, oltre al weekend internazionale a Milano dove la più famosa discepola di Johnstone, Patti Stiles, ha elargito ulteriore Verbo, me lo sono riletto. E ho trovato, al solito, nuovi stimoli.

Il capitolo 6 (”Making things happen”) descrive accuratamente una serie di ‘brutte abitudini’ che si tendono a riscontrare quando si improvvisa e che non permettono l’evolvere della storia. Per esemplificare meglio Keith usa Cappuccetto Rosso.
Qui sotto la traduzione, come al solito al gusto di pane e salame:

BLOCKING

-Porteresti queste focacce alla nonna?
-Ma mamma, è andata in vacanza!

Il generico ‘no’. Rifiutare una proposta. Ma non solo in senso verbale.  Si può rifiutare anche con il corpo, la mimica, il gesto. Si fa per rimanere in controllo. Si può rifiutare la proposta di un altro, anche in modo sottile (”Vuoi caffè?” “Tè, grazie!”), ma anche una propria proposta (”Ci facciamo un bagno in piscina?”-“Ok!”-”Ah, no, mi spiace, è vuota…”). Il rifiuto delle proposte proprie, dell’altro, dell’improvvisazione ci impedisce di metterci in gioco. Di fatto, ci impedisce di improvvisare.

BEING NEGATIVE

-Porteresti queste focacce alla nonna?
-Ma la nonna brontola sempre, e poi puzza terribilmente!
-Purtroppo non può evitarlo, va’ lo stesso!
-E poi sta piovendo!

Avere un atteggiamento negativo o indolente nei confronti delle proposte. Si può fare, se però è inserito bene nel personaggio, altrimenti diventa un altro modo di bloccare l’improvvisazione

WIMPING

Cappuccetto Rosso incontra il lupo ma non gli dice che deve andare dalla nonna

Accettare un’idea ma evitare di definirla, non andare nello specifico. Per esempio aprire una scatola e passare un buon quarto d’ora a accarezzare, palleggiare, leccare quello che c’è dentro senza chiarire cosa sia. Ogni definizione è giusta, ma per paura di prenderci una responsabilità non la diciamo. Aspettando la risposta migliore (leggi: più creativa). Una sottocategoria è il PIMPING, ovvero far fare a qualcuno qualcosa che non si ha la forza di specificare (es. ”Leggi questa lettera, è per te!”).

CANCELLING

Cappuccetto Rosso incontra il lupo e scappa a casa dalla mamma

Smontare qualcosa che si è precedentemente stabilito, impedendo uno sviluppo dell’azione. Accendiamo un fuoco per qualche motivo e immediatamente facciamo cadere la pioggia, per spegnere il fuoco. Può essere un buon modo per chiudere una storia, ma non per iniziarla.

JOINING

-Che bocca grande che hai nonna!
-Per mangiarti meglio!
-Beh, la mia bocca è altrettanto grande, sta’ attenta!

Reagire alle proposte del compagno con la stessa intenzione, evitando così un rapporto dinamico (di status). Ci impediamo di essere modificati dalla proposta dell’altro, il nostro personaggio non cambia. Un buon uso è all’inizio delle scene, per rinforzare la piattaforma.

GOSSIPING

-Ti ricordi quando il lupo ci ha mangiato nonna?
-Oh sì! Che fortuna che il cacciatore fosse lì per salvarci…

Discutere di cose che stanno accadendo da un’altra parte, magari a un altro personaggio o che sono accadute nel passato. Anche qui è difficile che i nostri personaggi cambino.

AGREED ACTIVITIES

Cappuccetto Rosso e il lupo giocano a nascondino, poi ballano un po’ insieme, poi si rincorrono, poi…

Lo stesso del GOSSIPING ma con le azioni. Si fa la stessa azione, ma senza reale dinamica e senza cambi.

BRIDGING

Cappuccetto Rosso sta per incontrare il lupo, ma si ferma a raccogliere dei fiori, poi si fa un bagno nel fiume, trova un pesce e ci parla, poi esce dal fiume e raccoglie altri fiori, poi…

Si ha quando c’è un’azione drammatica che può far evolvere la storia, ma non la si affronta, si fa altro. E’ un modo molto comune di raccontare le storie negli spettacoli ‘sportivi’: l’evento è alla fine, anziché essere il punto di partenza della storia. Ad esempio il suggerimento dal pubblico è ‘licenziamento’: la scena riguarderà il dipendente e il capo ma il licenziamento avverrà solo alla fine. Ci evita di affrontare le cose, avere reazioni forti e cambiare, anche se può essere un buon espediente per creare suspense o un climax.

HEDGING

-Cosa dirai alla nonna, mia cara?
-Ci penserò quando sarò nel bosco, mammina!

Come il BRIDGING. Ma, invece di avere una chiara azione che si ‘decide’ di posporre, si parla nella speranza di trovarne una.

SIDETRACKING

Cappuccetto Rosso intravede un lupo dietro un albero, ma improvvisamente cade in una buca

Spostare l’attenzione su qualche nuovo elemento invece che concentrarsi su ciò che c’è. Si fa quando si pensa che non stia succedendo niente. Due spie stanno inseguendo un nemico e lo stanno per prendere, ma entrano in un ristorante per farsi una bella mangiata. Nelle scene brevi è in genere sinonimo di blocco e agonia della storia, mentre se si ha più tempo è possibile che rappresenti un elemento che, reincorporato, aggiunge colore alla nostra storia.

BEING ORIGINAL

Cappuccetto Rosso sta per uscire di casa, quando improvvisamente le cade in testa una tonnellata di spaghetti

Situazione in cui si inserisce qualcosa di inutilmente ‘creativo’, aspettandosi di essere ammirati per questo. Il problema è che spesso, se gli altri improvvisatori considerano originale la nostra proposta, la storia parlerà solo di quello, dimenticandoci le premesse.

LOOPING

Cappuccetto Rosso raccoglie qualche rosa e qualche violetta, poi raccoglie delle albicocche mature, poi raccoglie dei funghi e dei lamponi, poi…

Continuare a ripetere una certa azione o situazione all’infinito, senza rapporti, senza evoluzione.

GAGGING

Cappuccetto Rosso prende da un bicchiere la dentiera della nonna ed esclama: ”che bocca grande che hai!”

Battuta su battuta, gag dopo gag. L’improvvisatore evita di andare al punto, non accetta le proposte e neanche ne fa, preferendo prendere in giro la situazione e quello che accade. La gag può essere una buona chiusa ma non può essere quello su cui una storia poggia

COMIC EXAGGERATION

-Porta queste focacce alla nonna, queste mele, questo manzo. Ah, non dimenticare questo frigo, più questa intera collezione di enciclopedie…

Quando, per essere divertenti, si esagera con le battute o con la comicità. Il problema è che lo si fa per evitare un coinvolgimento emotivo del proprio personaggio. E che una volta che hai fatto una battuta migliore della precedente, la terza deve essere più divertente, la seguente meglio ancora, e così via…

CONFLICT

-Dove stai andando bella bambina?
-Vai via, non parlo coi lupi!
-Vieni qua!
-Ahi! Mi fai male al braccio! Prendi questo! E questo!
-Piccola monella! Ora ti mangio in un sol boccone! Ahi! Smettila di darmi calci!

Inteso come continuo litigio. Impariamo da subito che dramma=conflitto, ma la scena basata sul conflitto si ferma se non c’è la risoluzione del conflitto stesso.  Cosa che non accadrà se ogni improvvisatore vuole essere il ‘vincitore’ della contesa. Può essere usato in maniera costruttiva per sostenere il climax della tensione.

INSTANT TROUBLE

La mamma sta preparando le focacce da dare a Cappuccetto Rosso, quando improvvisamente il lupo spunta dal camino e se le pappa in un sol boccone!

Mettere subito un problema, magari iniziare una litigata o una sgridata a un altro improvvisatore. Spesso i principianti lo fanno per imbrigliare le paure e la negatività, dando vità però a storie noiose.

LOWERING THE STAKES

-Ora ti mangio in un sol boccone!
-Fa’ pure, sono stata mangiata un sacco di volte, ma arriva sempre il cacciatore a salvarmi

Minimizzare una situazione.  Legato alla fiducia e alla voglia di mettersi in gioco. Se il mio personaggio ha un colloquio di lavoro non è uno dei tanti che ho da fare, ma il più importante. Ci sono molti modi di dire che esemplificano bene questo vizio. Frasi come: ”ti ho detto mille volte che…”, ”lo sai benissimo che…”, ”ogni volta fai così!” e tante altre, fanno capire che quello che sta succedendo succede sempre, non è così importante. Abbiamo la nostra risata e la storia si ferma lì.

 

Nel capitolo, oltre alle descrizioni delle brutte abitudini, ci sono esercizi finalizzati all’individuazione e superamento delle stesse. Quindi leggetelo!

Festival d’ottobre

Si parte. Le stagioni di impro ormai cominciano un po’ dappertutto. E cosa c’è di imperdibile in giro per l’Europa?
Ovviamente tante cose, ma quest’anno l’imperatore degli eventi è l’ITI Conference + festival internazionale di Wurzburg.

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Il festival è un’istituzione ben radicata nella fitta stagione di eventi internazionali presenti in Europa. Arrivato alla sua 12ma edizione, quest’anno si tiene dal 24 al 27 ottobre, e propone spettacoli e workshop con ospiti importanti da tutto il mondo. Headliner sono Joe Bill e Jill Bernard, da Chicago, e i National Theatre of the World, duo da Toronto.
Quest’anno però il festival è anticipato dalla ITI (International Theatersports Institute) Conference: una settimana (dal 17 al 24 ottobre) di workshop, conferenze e discussioni, spettacoli a tema improvvisazione.
Anche qui grandissimi ospiti, in pratica tutto il Valhalla dell’improvvisazione johnstoniana (a parte il sommo Keith): Dennis Cahill, Steve Jarand, Shawn Kinley, Patti Stiles, Frank Totino. Più altri fenomenali docenti e improvvisatori dal Canada, Giappone, Australia e Nuova Zelanda. Oltre che dall’Europa.

Ci sono ancora posti. Sono 7 ore di macchina da Milano. 40 minuti di treno dall’aeroporto di Francoforte.
Io ve l’ho detto.

E inoltre…
a margine del festival di Wurzburg ci sarà anche un mini-festival a Milano, con ospiti di riguardo. Riguardissimo. Bieco spot promozionale? Certo, ma questi signori non capitano spesso in Italia, penso che valga la pena fare un salto, specialmente se non siete riusciti ad andare a Wurzburg

Il 2-3 novembre, dunque, a Teatribù c’è Lost in Translation.
Tre giorni in compagnia di grandissimi nomi internazionali: Patti Stiles, Jill Bernard, Amy Shostak e Felipe Ortiz terranno workshop e faranno uno spettacolo sabato 2 novembre. Un’occasione che non capita ogni mercoledì. A meno che non si viva a Melbourne, Minneapolis, Edmonton e Bogotà. Contemporaneamente.

Io ve l’ho detto.

I buoni propositi

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L’estate sta finendo e un anno se ne va… (Righeira – L’estate sta finendo)

Ancora due giorni d’estate, un’estate di latitanza dell’Improvviso, un’estate in cui sono andato a vedere come si improvvisa in Giappone. Risposta: bene!

Ripartono le stagioni di improvvisazioni teatrale delle singole sedi o, come mi piacerebbe, la stagione di improvvisazione teatrale italiana.

Sarà ricca di appuntamenti (presto metterò date), spero ricca di novità e di crescita per chiunque si avvicini alla nostra arte preferita.

Come ogni settembre, mi sono appuntato qualche proposito da perseguire nel corso della stagione 2013-2014, per me la 12ma nel mondo impro.

1. VEDERE SPETTACOLI D’IMPROVVISAZIONE. Ci mancherebbe. Vedere spettacoli è un ottimo modo per crescere, per capire dove va l’improvvisazione in Italia. Magari non solo nella propria città, quindi, ma un po’ ovunque. Del resto, siamo pieni di realtà interessanti, e ci sono spettacoli ogni sera.

2. ANDARE A TEATRO. Cioè, vedere spettacoli non d’improvvisazione. Perché se vogliamo ambire, come movimento, a una maggiore dignità, è importante capire cosa rende ‘degno’ uno spettacolo. E poi fa bene, sempre.

3. FARE UN WORKSHOP NON D’IMPROVVISAZIONE. Scrittura, danza, canto, voce, acrobatica, yoga, cucina cinese… Ormai ci sono più insegnanti che allievi, riscoprirsi allievi è un allenamento fondamentale per la disponibilità a improvvisare. E poi per essere bravi improvvisatori è sempre più importante avere una visione ampia sul teatro e sulle arti che l’improvvisazione sfiora.

4. ANDARE ALL’ESTERO A VEDERE UN FESTIVAL. O anche solo uno spettacolo. Per capire che cosa succede nel mondo, per capire che facciamo parte di un movimento internazionale, attivo, vivo, stimolante. Un po’ di suggerimenti sono qui!

5. LAVORARE A UN PROGETTO DI SPETTACOLO. Per diversi motivi: perché la proposta di spettacoli di improvvisazione è ancora bassa, perché lavorare autonomamente, insieme a persone con cui ci si trova bene, fa aumentare la fiducia in sé, nei compagni, nell’improvvisazione. In sostanza, perché si improvvisa meglio.

6. PRENDERSI UNA PAUSA. Come tutte le cose belle che si farebbero sempre, è bene non farle sempre. Il rischio assuefazione è dietro l’angolo, il rischio di non trovare più un senso o divertirsi un po’ meno. Un mese senza spettacoli, un weekend al mare, insomma, fate voi…

7. LEGGERE UN LIBRO DI IMPRO. Il quinto in italiano è stato pubblicato di recente. Poi c’è tanta possibilità di leggere libri in inglese, un po’ meno in francese, ancora meno in spagnolo. Ma intanto partiamo dall’italiano. Vero, la teoria da sola non basta, ma senza la teoria non sappiamo di cosa stiamo parlando.

8. PARTECIPARE A UNA LEZIONE DEL PRIMO ANNO. Se non si è del primo anno, ovvio. Perché ricarica le batterie vedere l’improvvisazione con gli occhi di chi ci si avvicina per la prima volta. Tra l’altro al primo anno si è in genere molto più spontanei di quando cominciamo a caricarci di sovrastrutture.

9. GIOCARE. Sempre. Per tenersi allenati. Perché è bello. Anche quando non dura poco.

10. RICORDARSI SEMPRE PERCHE’ IMPROVVISIAMO. Di tanto in tanto serve fermarsi a pensare che cosa ci piace dell’improvvisazione, perché continuiamo a farla. Non è banale, soprattutto dopo tanti anni, trovare le motivazioni, vecchie o nuove, che ci spingono ad amare questo gioco meraviglioso.

Buona stagione a tutti!

Come si valuta un improvvisatore?

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Un giocatore lo vedi dal coraggio, dall’altruismo dalla fantasia…

(F. De Gregori, La leva calcistica della classe ’68)

In fondo è facile giudicare un giocatore di calcio. Soprattutto se ha la maglia numero 7. Tipo Nino. O Figo.
Ma un improvvisatore?
Giocatore anche lui, in fondo, di un gioco con regole molto più vaghe di qualsiasi sport. In fondo si fa arte no?

Ho chiesto a Mico Pugliares, amico e collega da più di 10 anni, nonché direttore artistico di Teatribù, di indicarmi una serie di criteri con cui, secondo lui, ha senso valutare un improvvisatore sul palco. Ecco cosa mi ha risposto:

Uno dei punti più controversi nel mondo dell’improvvisazione teatrale italiana è sempre stato quello di trovare un modo per poter selezionare gli attori per gli spettacoli. Nel mondo vecchio dell’improvvisazione i criteri erano spesso figli di automatismi: sei docente? Quindi attore. Fai ridere? Quindi bravo. Mi sei simpatico? Quindi vai bene. Sei mio amico-fidanzata-ex allievo? Quindi è un SI, d’ufficio. Purtroppo questo meccanismo è ancora esistente in troppe situazioni.

Un mio ex allievo un paio di anni fa mi chiese “è possibile stabilire in maniera oggettiva se tizio sa improvvisare o meno?” La risposta è complessa ma questo mi ha fatto venire in mente la necessità di individuare dei criteri d’aiuto al difficile compito della selezioni per gli spettacoli soprattutto per quelli professionistici, categoria in molti casi disattesa.

Mico quindi parte da un discorso empirico, individua le cinque doti che, insieme, fanno di un improvvisatore un buon improvvisatore. Non si devono verificare per forza tutte, e anche se si verificano tutte lo spettacolo può venire male, ma per Mico hanno tutte lo stesso valore nel giudizio della completezza di un improvvisatore.

1. CAPACITA’ IMPROVVISATIVE
Ok, ci potevamo arrivare, direte voi. Questa in realtà è la più ampia delle categorie. Comprende la consapevolezza della regola aurea: ascolto e accetto, più tutta una serie di sblocchi che permettono di essere sempre presenti, sempre disponibili a lasciarsi stupire dall’improvvisazione, senza lasciarsi sorprendere da essa. Essere registi e autori contemporaneamente, saper leggere una scena prima di scriverla, fare proposte, non guidare ma farsi guidare, avere fiducia in sé, nel compagno, nell’improvvisazione…

2. CAPACITA’ SCENICHE
Gia’, quell’aggettivo… L’improvvisazione di cognome fa teatrale solo in Italia. Quindi, a questo punto, che sia teatrale! E’ importante che l’improvvisatore abbia consapevolezza dello spazio scenico, della prossemica, del gesto, dell’uso della voce, e che li sappia mettere a disposizione del proprio personaggio. Anzi, dei propri personaggi, sempre diversi, sempre efficaci.

3. RAPPORTO COL PUBBLICO
Uno spettacolo è un attore di fronte a uno spettatore. Il pubblico è ciò che rende lo spettacolo uno spettacolo; va ascoltato, rispettato, considerato parte integrante del gioco. Chi riesce ad avere presa sul pubblico (non solo facendolo ridere) ha una marcia in più. Anche il rapporto col pubblico non è solo frutto del talento. Bisogna sapere ascoltare le sue reazioni, leggerne le richieste, e allo stesso tempo avere una conoscenza del pubblico tale da poterne prevedere le necessità.

4. PIACERE DEGLI ALTRI A IMPROVVISARE CON NOI
Make your partner look good” è una delle massime dell’improvvisazione americana. Se facciamo apparire il nostro compagno migliore, il nostro compagno avrà più piacere a improvvisare con noi. E così via, a circolo virtuoso.

5. ETICA
L’improvvisazione non si improvvisa. C’è dietro lavoro, studio, impegno. Senza retorica. Ogni spettacolo che facciamo ha una dignità, anche se è davanti a 10 spettatori, anche se su una diga (chissà perché poi si dovrebbe fare uno spettacolo su una diga). E chi lo fa deve essere il primo a rispettare questa dignità. Si arriva allo spettacolo prima, ci si riscalda, non si tratta il pubblico come se fosse un incidente secondario allo spettacolo, o un gruppetto di amici venuti a tifare per noi.

Credo che sia una distinzione molto puntuale e interessante, che incontra il mio pensiero e il mio gusto. Penso che un improvvisatore o improvvisatrice eccellente debba avere tutte e cinque questi elementi sempre attivi e in costante crescita e miglioramento.

Naturalmente ho alcune doti preferite.

Ad esempio le capacità improvvisative, soprattutto il leggere una scena e la capacità di regia sul personaggio, che spesso possono portare a migliorare quasi in automatico le doti sceniche.
Sono inoltre un fanatico del punto cinque. Anche per gli spettacoli amatoriali. In qualsiasi caso. La professionalità quando si tratta di spettacoli è indipendente dal professionismo, dalla location o dalla quantità di pubblico presente. E’ ciò che rende uno spettacolo d’improvvisazione teatrale uno spettacolo degno. Che è anche lui un bell’aggettivo. Già, quell’aggettivo…