Il mito dei professionisti

Che l’improvvisazione teatrale italiana non sia propriamente ben vista dai, e inserita nei, circuiti teatrali classici è un dato di fatto.

Da anni ci si interroga su quali siano le ragioni di questo snobismo, probabilmente non solo congenito, nel mondo di chi lavora su un testo di un grande drammaturgo, ha studiato in un Accademia, fa prove, studia ancora, eccetera…
Il punto principale è che gli attori professionisti non considerano loro colleghi gli improvvisatori, spesso perché leggono il mondo dell’improvvisazione come amatoriale e/o basato su scarse basi teoriche. La seconda ipotesi è sicuramente figlia di ignoranza, mentre la prima (l’amatorialità) è molto vicina alla realtà.

A mio avviso una delle tante cause scatenanti questo (pre?)giudizio è la definizione, ormai più che ventennale, di categorie di improvvisatori: ”professionisti” e ”amatori”.
Quando, nella prima metà degli anni ‘90, il match ha iniziato a proliferare nelle città italiane (devo scrivere della storia dell’improvvisazione italiana, un giorno di questi…) è nata questa distinzione, che separava sostanzialmente gli insegnanti dagli allievi. Insomma il ”professionista”, che agli albori era solitamente un attore professionista innamoratosi dell’improvvisazione, insegnava improvvisazione nelle varie sedi, faceva spettacoli di origine controllata, con tanto di definizione distintiva. Con un po’ di faciloneria gli spettacoli professionisti erano quelli belli, con gli attori bravi e divertenti, gli spettacoli amatori quelli in cui andavi a vedere il tuo fruttivendolo, tuo fratello, la tua mamma, la tua talassoterapista (molto in voga negli anni ‘90).

Nella seconda metà degli anni ‘90 la LIIT, diventata IMPRO’, ha cominciato a espandersi, aumentando le sedi con grande rapidità ed entusiasmo. I pochi insegnanti dell’inizio hanno quindi delegato sempre di più a ogni sede la sua organizzazione, anche didattica. Di conseguenza ogni sede ha cominciato ad avere i suoi insegnanti, scelti tra coloro i quali già praticavano teatro a livello professionale, ma spesso anche tra gli allievi più bravi o, peggio, più divertenti.

L’equazione che si è venuta a creare è stata quindi: allievo molto bravo o molto divertente o molto interessato o combinazione varia di questi tre elementi=professionista=insegnante. Insomma un bravo improvvisatore poteva a tutti gli effetti diventare un professionista. Per elezione. Non per effettiva scelta professionale. Infatti in questo periodo cominciano a emergere contraddizioni di ”professionisti” con un secondo (o primo, in realtà) lavoro completamente distante dall’improvvisazione o dal teatro.

Le conseguenze sono facili da immaginare. Spettacoli pubblicizzati come professionistici, con la dicitura proprio, come non accade in nessuno spettacolo teatrale. O nello sport, a cui spesso l’improvvisazione teatrale, soprattutto fino al 2006 quando è esistito solo il Match, veniva accostata.
Spettacoli chiamati così per distinguerli da quelli amatoriali, spesso però di qualità inferiore (e costo maggiore).
Il professionista lo era soltanto di nome, ma non c’era un vero lavoro sull’improvvisazione. Diventavi professionista, quindi quasi automaticamente insegnante, questo ti dava uno status granitico e inattaccabile. Senza necessità di aggiornamento. E l’improvvisazione si ritrovava stagnante e incapace di attualizzarsi e rinnovarsi.

Oggi le cose sono leggermente cambiate, il professionismo nell’improvvisazione si sta sviluppando sempre più, con improvvisatori che si dedicano interamente alla crescita e allo sviluppo artistico di questa forma d’arte. Rimangono ancora vecchi modi di dire, del tipo: ”lui è diventato professionista!”, oppure: ”quello di giovedì è uno spettacolo professionisti!”, e via dicendo, ma probabilmente, e auspicabilmente, presto anche le diciture scompariranno.

Ah, (forse) inutile chiusa: ovviamente all’estero non esiste nessun tipo di distinzione nominale. A parte in alcune aree francofone dove esiste la definizione di spettacolo o compagnia amatoriale.

Ma nessuno si autonomina professionista.

2 Comments on “Il mito dei professionisti”

  1. Purtroppo ci considerano di serie B perché la nostra mentalità è da serie B.
    Attuare protezionismo, distinzioni di merito (autoreferenziate poi), per mantenere lo status quo, quando tutto dovrebbe essere contaminazione, aggiornamento.. Bah, non aggiungo oltre, comunque sottoscrivo in pieno tutto quello che che hai detto!

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