Larghe Intese

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

In questa fase di grande disagio politico spesso viene da pensare: ”ma questi improvvisano?”

Voglio scagliarmi contro questa domanda, perché parte da presupposti teorici orribili. Ovvero improvvisazione=fare le cose a cazzo di cane.

La risposta, secca e matura, senza se e senza ma, quindi cca e tura (scusate), è: ”no!”. Se improvvisassero, improvvisassero davvero, staremmo meglio.

Detto questo, ho immaginato i principali leader politici nostrani in una classe di improvvisazione. Con tanto di relativa pagella di fine corso, slogan e comportamento in una situazione standard: aprire una porta. Almeno in questo gioco rappresentano abbastanza bene la popolazione. Improvvisativa. I nostri difetti, soprattutto.

Premetto che i pronomi sono tutti al maschile ma il discorso vale anche per le donne.

Premetto che non mi sono ispirato a nessun improvvisatore da me conosciuto. Ma magari ce n’è qualcuno che non conosco che è così. In compenso io mi riconosco in almeno due/tre di questi. Non vi dirò quali, il voto è segreto, si sa!

Eccoli quindi, in ordine rigorosamente alfabetico:

Berlusconi – ama fare quello fondamentale nelle scene. Cerca ossessivamente la battuta, il personaggio macchietta, anche quando la scena è un’altra. Giustifica il suo comportamento con il fatto che bisogna far ridere, ma generalmente ride solo lui. Tanto meglio, visto che se stesso è l’unica cosa che gli interessa. È quello con cui nessuno vuole improvvisare. Purtroppo nessuno glielo dice. (”tanto prima o poi si stanca!” seeeh, campa cavallo…)

slogan: ”alla fin fine il pubblico vuole solo ridere”

davanti alla porta: suona il campanello che ha un suono buffo, tipo pernacchia. La porta non si apre, quindi suona un altro campanello, che ha un altro suono buffo. Prova ad aprire con la chiave, poi apre con un’altra chiave, poi comincia a bussare fortissimo. Alla fine scopre, ammiccando al pubblico, che la porta era aperta, bastava tirare.

Bersani – è quello timido, educato fin troppo, autocritico e autocommiserante. Non è mai fuori posto quando improvvisa ma non porta niente all’improvvisazione. È quello che gli americani chiamano ‘false polite’, e quello che i francesi chiamano ‘les incompétents’. Non fa una scelta che sia una, è sempre convinto di sbagliare anche quando gli dicono che non c’è errore. Improvvisare con lui è beneficenza.

slogan: ”non sono entrato perché non avevo idee”

davanti alla porta: è sempre con un altro, lui mette la porta ma poi dice: ”secondo te dobbiamo bussare? no aspetta, bussa tu! ah no, è aperto?”

Grillo –  sulle prime passa per genio. Ha proposte che nessuno pensa, o che nessuno ha il coraggio o la possibilità di proporre in scena. Poi però ci si accorge che tiene il personaggio sempre, anche fuori dal palco. E dopo un po’ stanca, o spaventa. Vive nel suo mondo, che in scena esplode, a danno degli altri. Già, gli altri! Non li ascolta, mai.

slogan: ”un astronauta e un cowboy se si incontrano io sono godzilla”

davanti alla porta: apre la porta, entra, nella sua testa c’è una foresta, saluta, la porta è una porta girevole, esce, finito.

Maroni – parte spavaldo, a lezione o nelle prove. Si sente in grado di fare tutto e incompreso allo stesso tempo, visto che tutti i compagni di lavoro non sono particolarmente capaci, a suo dire. A parte quei due-tre amichetti con i quali farebbe tutto. Quando va sul palco però rende pochissimo, è molto aggressivo e impositivo, spesso anche con gli amichetti sopracitati. Perché ha paura di tutto.

slogan: ”ma sei pazzo?”

davanti alla porta: non se ne ricorda e ci passa in mezzo. Il pubblico ride per l’errore, lui dice qualcosa tipo: ”te l’avevo detto che avrei buttato giù le porte se le lasciavi ancora lì!”

Monti – è quello perfetto. Pensa che l’improvvisazione sia una serie di nozioni, impara a memoria le ”regole”. Sa a memoria tutte le categorie, tende a prepararsi tutto prima. Se ci fosse un corso di ingegneria gestionale dell’improvvisazione lo farebbe. Probabilmente l’ha già fatto. Si corregge tantissimo, corregge anche i compagni. In scena non ‘sbaglia’ mai. Insomma che palle.

slogan: ”non si dà mai del lei in una Shakespeare!”

davanti alla porta: se bussa batte col piede per terra, se suona il campanello è nella stessa posizione di quello messo dal compagno, ma se la porta è aperta sono cazzi. Non c’è ancora una casistica a riguardo

Renzi – dalla seconda lezione del primo anno gli hanno detto: ”oh, sei bravo tu!”. Ed è finita. Si piace tantissimo, ha delle storie bellissime in testa e non perde tempo: è lui il protagonista della sua storia, in cui gli altri sono comprimari. I suoi personaggi sono belli, ben fatti, sempre di status alto. Non è che non ascolta, sono gli altri che non hanno niente da dire.

slogan: ”no, ho un’idea, aspetta, facciamo così!”

davanti alla porta: entra rapidissimo non appena qualcuno da dentro ha appena avuto l’infausta idea di dire: ”sta per arrivare”. Se il soggetto della frase è il temporale, entrerà piovendo. Lo sa fare.

Vendola – preciso, poetico, verboso. Ama il dialogo in scena, più della scena stessa. I suoi personaggi sono di forte consistenza verbale, e basta. Spesso mette dramma dove non serve, per lui l’improvvisazione è teatro. Solo che per lui il teatro è gente che si ammazza dopo aver perso tutti i figli in guerra. Mette tante pause e tanto fiato quando improvvisa, perché dà tono.

slogan: ”non c’è Teatro senza Conflitto”

davanti alla porta: spara un monologo, con la sua valigetta da commesso viaggiatore in mano ”ordunque oggi sono diverso, mio padre non avrébbe voluto che cambiassi ma quésto è il tèmpo. Entrare. L’entrata di cosa, da cosa sono uscito, in cosa sto entrando. Sto tornando? Vorrei entrare, svegliarmi, poi moriremo. Insième però. E sarà un lièto fine. ?.” Ovviamente non apre.

 

Nel silenzio della vostra urna votate anche voi! O suggeritemi nuovi nomi!

(intanto grazie a Fabio Maccioni per gli spunti!)

4 Comments on “Larghe Intese”

  1. Mi piscio addosso.
    L’altra sera ho trovato un sacco di parallelismi tra il mondo associativo improvvisatorio italiano e la Camera, e non avevo ancora letto questo.

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