Ma nell’Harold si può far ridere?

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Prendo spunto da una domanda che è diventata storica, fattami da un allievo in un laboratorio.

Prendo spunto da questa domanda per parlare di un problema attualissimo nell’improvvisazione italiana.

Ovvero l’annosa questione: l’improvvisazione deve  per forza far ridere?

La risposta, come a qualsiasi domanda che riguardi l’improvvisazione e abbia un ”deve per forza” al suo interno, è ovviamente no. Quindi se volevate solo sapere la risposta fermatevi pure qui.

Ok, andiamo avanti. Per chiarire, visto che è anche il titolo: Harold è uno spettacolo nato negli anni 70 in USA e arrivato in Italia intorno al 2004, quando ancora si faceva praticamente solo Match. Fu uno tsunami, perché moltissimi improvvisatori sentivano l’esigenza di uno spettacolo più sincero (non per forza più efficace) e di una comunicazione diversa col pubblico. Da lì però è nato l’eccesso opposto, ovvero uno spettacolo che spesso spinge forzatamente sul drammatico, anche quando non è necessario. Da cui la domanda dell’allievo all’inizio di un corso proprio sull’Harold.
Harold all’europea, tra l’altro, visto che l’Harold originale americano è, come tutta l’improvvisazione nordamericana, facente parte del mondo della comedy, quindi divertente per definizione.

Non è un discorso semplice, perché lo scontro tra teoria e esperienza è sotto gli occhi di tutti. Difficilmente si vedono spettacoli che non puntano alla risata del pubblico. Anche gli spettacoli più seriosi, o come si dice con un orribile aggettivo del giro improvvisativo, più ”teatrali”, hanno quel personaggio, quel dialogo, quella battuta, quella situazione che ammicca al pubblico in cerca di riscontro sonoro. Cosa c’è di male in questo? Niente!

Sono convinto che far ridere, nella vita, sia necessario, oltre che infinitamente più difficile che far piangere. Chi sa far ridere ha un dono, punto.
Il problema come al solito sta in ciò che si vuole comunicare, ciò che effettivamente si comunica e ciò che viene percepito.

Ovvero: troppo spesso gli improvvisatori pensano che il pubblico voglia ridere. E in base a questo sostengono che loro danno al pubblico quello che il pubblico vuole. Il punto è che la risata non è l’unico termometro del gradimento del pubblico, e che non è detto che il pubblico voglia ridere. Spesso è solo una nostra difesa, un’incapacità di provare altro.
La maggior parte degli improvvisatori non si preoccupa del fatto che sta andando sul palco e si sta prendendo una responsabilità. Comunicare con un pubblico, essere strumento di un testo, di un’idea registica, della nostra visione del mondo, o, nel nostro caso, di un meccanismo meraviglioso di scoperta collettiva.

Cerchiamo di portare il pubblico dove pensiamo che esso voglia, quando in realtà non sappiamo neanche noi sul palco cosa vogliamo. Questo è il punto, dobbiamo capire perché andiamo sul palco a improvvisare. Chiedo troppo?

Non sopporto più di sentire persone al primo anno di corso (o anche più esperte) che si schermiscono perché: ”non potrò mai improvvisare, non faccio ridere!”, oppure consumati professionisti che dopo uno spettacolo finito in caciara sostengono: ”massì, in fondo era un catch, mica un harold!’.

In definitiva, tornando all’annosa questione, ribadisco la risposta.
No, l’improvvisazione non deve per forza fare ridere. E non deve per forza NON fare ridere. Il punto sta proprio lì. L’improvvisazione non deve fare ‘per forza’ proprio un bel niente. Deve rispondere a delle necessità di chi la mette in scena, sicuramente di marketing (ma siamo sicuri che solo Zelig riempia i teatri? siamo mai andati a teatro?), ma anche, se non soprattutto, espressive, comunicative, artistiche.

Mi piace ultimamente usare un aggettivo: onesto. L’improvvisazione non deve essere divertente, o drammatica, scoreggiona o piangereccia.

DEVE essere, prima di tutto, onesta.

11 Comments on “Ma nell’Harold si può far ridere?”

  1. A parte la mia ovvia predilezione per l’aggettivo “Onesto” 😉 , come al solito leggo un articolo che centra in modo ottimale un’annosa questione.
    Dovrebbe esserci a monte di tutto un’idea di ispirazione, di vivere il momento che – se vissuto con onestà, appunto – fornisce la risposta anche a quanto stiamo trattando.
    Siamo improvvisatori, dobbiamo imparare a vivere il “qui ed ora”, e spesso il “ridere a tutti i costi”, così come il “serioso a tutti i costi”, è una palese forzatura a ciò che succede in scena.

    Ma ci siamo convinti che il feedback che dobbiamo cercare sia la risata, e non l’attenzione del pubblico tramite la veridicità, la spontaneità della comunicazione, del nostro fare teatro.
    (a questo punto del discorso possiamo inserire quanto già scritto sulle categorie, che secondo me vengono plagiate proprio dalla ricerca della risata a tutti i costi)

  2. Punto di eccezionale discussione. Do il mio contributo. Dopo una lezione un mio allievo mi chiede: ma io avevo in testa una storia drammatica egli altri l’hanno mandata in vacca. E’ possibile che sia accaduto ciò. Ma, e qui condivido al 100% il ragionamento di improvagante, il punto è “chi te lo ha detto che questa sia una storia drammatica?. Come per le categorie, richiamo dell’Onesto, la responsabilità a mio modo di vedere è dei “professionisti” (e non commento) lo stesso a mio avviso vale per il resto. Qui rischio di ripetermi. Per avere onestà in scena bisogna avere strumenti e non tutti li hanno. Si fa ridere e si fa piangere perché le storie sono così. Il primo passo, a mio modesto modo di vedere è saper vivere il palco. Purtroppo troppi addetti ai lavori non lo sanno vivere e quindi si appoggiano al più comodo “faccio ridere”.

  3. Hai proprio ragione! La risata del pubblico è un indicatore di gradimento immediato e molto chiaro.

    Altre emozioni sono più difficili da percepire, molto più sottili da cogliere e meno “chiare” anche allo spettatore.

    Ma in fondo trovo che tutti gli attori (e quindi anche gli improvvisatori ) vengano pagati proprio per avere chiaro cosa dare… e il pubblico paga per riceverlo.

    Non però sono d’accordo sul fatto che far ridere sia più facile che far piangere…

    • Infatti anche io penso che sia più difficile, come scritto! Eh eh eh! Anche per questo è assurdo che spesso ci si obbllighi a far ridere, con risultati opposti e imbarazzanti!

      • ora ho capito, era una cosa tra voi due. scusate se mi sono intromesso! a sto punto
        vedetevela su un ring di wrestling! avete due nomi ottimi!

  4. Ecco, ne approfitto allora per tirare fuori una questione che mi è stata posta tempo fa (manco a dirlo, dopo un Larsen), che proprio su questo verteva. Se è vero che l’improvvisazione è libera, il format pone comunque dei paletti, che non devono essere necessariamente solo di tipo strutturale o ispirativo ma possono anche includere un approccio tematico o le modalità di rapporto col pubblico.

    In questo il match, privilegiando una struttura a cambi rapidi e storie autoconclusive, è naturalmente inclinato sul comico, perché una punchline forte chiama facilmente una chiusura. Ma uno spettacolo improvvisativo dichiaratamente drammatico e presentato da principio con questa intenzione si è mai visto?

    Se dovessi immaginarlo vedrei sicuramente una long form, e magari qualche risata qua e là, sicuramente dosata e contenuta. Se cerco di immaginarlo, però, in Italia non riesco a vederlo, non solo per la difficoltà di proporlo al pubblico, ma anche e soprattutto per la testa dei nostri improvvisatori. Senza giudizi nel merito, sia chiaro, lo vedo solo, dalla mia piccola finestrella sull’improvvisazione, come molto diverso da quello che si cerca di proporre qui. Sbaglio?

    • Non sbagli. C’è una ragione storica (oltre che pratica) che spiega l’importanza del format, e del contenitore sul contenuto, ed è già affrontata varie volte su questo blog. In Italia per anni si è fatto solo uno spettacolo, il Match, che è giustamente spinto verso la comicità. Questo ha creato l’equazione: improvvisazione=Match=spettacolo divertente.
      Adesso ci troviamo a dover ‘inventare’ format dichiaratamente drammatici (esistono, magari non con l’etichetta ‘spettacolo che non fa ridere’, ma tutti gli spettacoli che non sono con due squadre tendono a cercare l’onestà scenica), come a mettere le mani avanti. Il problema però nasce prima. Il problema è che la maggior parte di coloro che iniziano a improvvisare pensano che di imparare a far ridere, a essere comici.
      In fondo, dietro ai miei post, c’è la stessa idea: l’improvvisazione è un’arte con una teoria e degli studi dietro, si può applicare in diversi modi, a diversi format, a diverse necessità espressive che un artista può avere.
      Per quanto riguarda il problema italiano, è in realtà un problema diffuso dappertutto. Ultimamente ciò che noto è che per fare uno spettacolo ‘non comico’ molte compagnie internazionali lavorano sullo stile. Per esempio se faccio un improvvisazione di un’ora in stile Cechov probabilmente non ti farò ridere per un’ora.
      Forse all’estero, seguendo maggiormente l’idea americana per cui l’improvvisazione è una branca della comicità, si fanno meno problemi.
      Potremmo essere i pionieri dell’improvvisazione teatrale! Ci vuol tempo però…

  5. Giusto tre punti::
    1) il termine che io userei più che “onesta” è “autentica”. Finché ciò che noi mprovvisiamo è autentico, l’onestà segue a ruota.
    2) Il match è così perché si è deciso a tavoino che deve essere così. Il Match poterebbere essere qualcosa di differente, di più autentico, invece per “uso consuetudinario è quel che è.
    3) Non cadiamo nella semplificazione che il (la?) long form è “seria” o che deve fare “meno ridere”: è un contenitore, siamo noi che decidiamo cosa metterci. Il pensare che se si vuole fare qualcosa di “drammatico” allora bisogna fare long form fa solo del ,male a noi e all’improvvisazione.
    Prima togliamo quell’aura di sacralità dal long form, meglioè per tutti. Prima bisogna imparare a improvvisare essendo autentici (e onesti), poi possiamo parlare di long o short.
    4) A chi vi dice che il pubblico “vuole ridere” date una testata. Se è un docente cambiate scuola. Il pubblico vuole divertirsi, che è una cosa ben diversa.

    • In effetti onesta è una traduzione un po’ pedestre dall’inglese…
      Autentica piace più anche a me! Grazie:
      Per il resto sottoscrivo, grazie del commento Kurtz!

  6. Pingback: Perché le donne (non) improvvisano peggio degli uomini | l'improvviso

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