Dire ‘io’: il motto

Il cardine dell’improvvisazione soggettiva è dire io, ovvero concentrarci su chi è il nostro personaggio, imparare a conoscerlo bene per poter farlo vibrare insieme agli altri.
Per innescare questo processo può essere utile avere una frase, un motto, un mantra, un assoluto dichiarato che guidi il nostro personaggio.
Come con tutti gli elementi dell’improvvisazione, anche il motto non possiamo certo prepararlo e scegliercelo prima di entrare in scena: cercheremo di scoprirlo reagendo e leggendo quello che accade nella scena stessa.

Per motto intendo una frase che riveli qualcosa che per il personaggio è importante, qualcosa in cui crede, qualcosa che in linea di massima racconti un po’ di più dello sguardo e del sistema di valori che usa per leggere il suo mondo.
Se vogliamo fare esempi facili facili, contemporanei: “la famiglia è la cosa più importante”, “nella vita bisogna avere successo”, “devo essere meglio degli altri”, “solo l’amore dà un senso”. Se vogliamo andare su classici meno contemporanei(?): “un uomo deve mettere l’onore sopra ogni cosa”, “una donna deve stare sempre un passo indietro”.

Dicevamo: anche il motto si scopre
Una volta entrati in scena, con la nostra bella azione e la nostra altrettanto fantastica intenzione, scopriremo la relazione tra i personaggi in scena. Cosa proviamo l’uno per l’altro in quel momento, insomma. 
La parola magica per trovare un motto (ma per fare molte cose belle, quando vogliamo andare in profondità) è perché. Ho una reazione emotiva, quindi spontanea, che racconta qualcosa del personaggio in quel momento. Aggiungendo il perché attraverso una battuta, scopro che il personaggio ha delle motivazioni più profonde per reagire in quel modo.
Dopodiché, ripetendo altre volte durante la scena quella stessa battuta, la imprimo nel percorso del mio personaggio, donandogli maggiore credibilità e potendola usare come cartina di tornasole per prendere coscienza del percorso del mio personaggio. Magari alla fine della storia il mio motto sarà diverso, o leggermente modificato, o lo stesso dell’inizio ma più consapevole, perché supportato da tutto quello che è accaduto in scena.

Avere una o più battute che vertano sugli assoluti, sul generale, più che sulla specifica situazione rappresentata in scena, è un buon modo per conoscere alcuni elementi profondi del personaggio, che risuonano più facilmente con chi guarda e che fanno (finalmente!) interagire il pubblico col personaggio e con una storia, anziché con un improvvisatore che fa cose, bravissimo o scarsissimo che sia.

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