I tre livelli di profondità

Si parla spesso di regola del tre. 

Innanzitutto è a tre il rapporto fondamentale che dà origine a uno spettacolo e, in primis, a qualsiasi scena di improvvisazione: 
improvvisatore/i – personaggio/i – pubblico

Troppo spesso questo rapporto è sbilanciato. L’improvvisatore si pone in maniera estranea al personaggio: lo giudica, se ne distacca e mostra questa sua estraneità al pubblico. Che a sua volta guarderà il personaggio con occhio distaccato e si rapporterà unicamente con l’improvvisatore, che è stato bravo o meno, divertente o meno, ‘scarso’ o ‘geniale’. 

Questo accade perché molto spesso le reazioni, la lettura, le azioni e il testo dei nostri personaggi stanno sempre nel primo di tre livelli di profondità, quello narrativo/contestuale, legato agli eventi che accadono o sono accaduti, o che dovranno accadere, oppure legato alla descrizione del mondo come dovrebbe essere.
È il livello più razionale, che stimola la nostra attività autorale ma è anche il più rischioso, perché ci costringe a inventare continuamente. È, beninteso, un aspetto irrinunciabile delle improvvisazioni ma a cui sarebbe bene ritornare solo dopo un viaggio in profondità, per poter così reincorporare le nostre reazioni e riconoscerle come parte del percorso del nostro personaggio,

Il secondo livello è quello intenzionale/emozionale, che ci permette di andare a fondo nella conoscenza del nostro stesso personaggio, creando immediata empatia con chi guarda.
Le emozioni arrivano infatti molto più direttamente al pubblico, invitandolo a partecipare allo spettacolo senza giudizi.
Nel secondo livello emergono le capacità attorali, la capacità cioè di esprimere un’emozione con una certa credibilità. Se manca però la conoscenza delle motivazioni profonde e dei valori del personaggio che hanno originato quella emozione, si rischia di avere un’emozione vuota, o di dover essere sempre sostenuti da una continua inventiva autorale che, come abbiamo appena visto, è un aspetto insidioso delle scene improvvisate. 

Il terzo livello è quello in cui si va definitivamente più in profondità, ed è quello valoriale/caratteriale.
È l’aspetto che risuona maggiormente con il pubblico, quello che permette al personaggio e alla storia di essere l’oggetto delle attenzioni, delle emozioni e dei giudizi del pubblico. È l’aspetto più importante del lavoro registico dell’improvvisatore sul personaggio e affronta l’aspetto del perché.
Perché il personaggio reagisce in un certo modo, perché fa quello che fa, perché pensa come pensa.
I valori o il carattere archetipico del personaggio sono la cosa che come pubblico (ma anche come improvvisatori) vogliamo vedere messa in discussione, magari cambiare, perché è quello che vogliamo vedere cambiare in noi.

Il terzo livello è il cardine dell’improvvisazione soggettiva perché è il più semplice da ottenre.
A molti improvvisatori capita di non sentirsi bravi a inventare storie (mai pensato: “non avevo idee”?) o a esprimere emozioni (“non ho personaggi!”). Succede. 
E in effetti può essere difficile affidarsi solo a uno dei primi due livelli, mentre non avremo mai problemi ad esprimere un’opinione forte, una visione o a scegliere un punto di vista. Questo renderà più facile la lettura complessiva della scena e, quindi, anche la scoperta delle nostre possibilità autorali e espressive.

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